“Nell’occhio dell’aquila” di Fernando Orsi

“Nell’occhio dell’aquila” di Fernando Orsi

“Quando il mister Clagluna decise di assegnarmi la maglia da tito­lare (domenica 3 ottobre 1982 a San Benedetto del Tronto, stadio Fratelli Ballarin, incontro Sambenedettese-La­zio 0-1), il mio primo istinto fu quello di stringere quella curiosa casacca che tenevo tra le mani. Ero sicuro di me, ma, anche per la mia giovanissima età, cercavo un riferimento, uno spunto per trovare la giusta concentrazione che trovai fissando per alcuni istanti l’oc­chio stilizzato del nuovo simbolo della Lazio. Ci caricavamo entrambi… La maglia con l’aquila sul petto era una rarità a quel tempo per le casacche dei portieri. Infatti, le nostre divise non ve­nivano mai curate stilisticamente nei dettagli, avevamo a disposizione, normalmente, una maglia nella tinta nera, gialla, grigia, verde, mentre il resto della squadra aveva sempre maglie più curate ed arricchite con i simboli ed i fregi della società. Quella ca­sacca così imperiale dal colo­re blu scuro con l’aquila sul petto bianca sprigionava una carica incredibile, avvolgente direi… non a caso per tanti anni ho detenuto il record d’imbattibilità della Serie B con ben 724 minuti, conqui­stato nella stagione 1982/83. In seguito nella stagione successiva 1983/84 in Serie A, la maglia bandiera venne accantonata ed il simbolo stilizza­to venne racchiuso in una “toppina” cu­cita sulla divisa. Le maglie dell’Ennerre erano molto belle, eleganti ed anche aderenti al corpo al punto giusto. Era­no dei modelli dal design a tinta unita con le maniche dal colore differente, nel quale cambiavano solo gli abbinamenti delle tonalità. Nel campionato 1984/85, la mia terza stagione da portiere della Lazio, la ditta di abbigliamento sporti­vo Vedette di Riccione che mi forniva i guanti della marca Reusch, mi propo­se una sorta di contratto personale per indossare una loro divisa da portiere, allo scopo di pubblicizzarla per la ven­dita. Lo stesso tipo di accordo con la Vedette-Reusch lo avevano i portieri Giovanni Galli della Fiorentina e Mario Paradisi dell’Avellino. La Lazio lo per­mise ma l’unica condizione che impose fu quella di togliere il marchio Vedette sostituendolo con la toppa “NR” uguale al resto della squadra. A dir la verità, la maglia Vedette non mi piaceva, innan­zitutto perché uno dei due colori propo­sti era il verde, che non ho mai amato, per cui sceglievo, se possibile, quella rossa. Inoltre la vestibilità non era quel­la tipica Ennerre quindi aderente, ma si presentava molto larga e poco comoda. Non mi ci sentivo dentro. Un simpatico aneddoto è legato alle mie divise. Nella partita contro la Sampdo­ria in trasferta (domenica 2 dicembre 1984) la Lazio si trovava sotto di due marcature alla fine del primo tempo. Durante l’intervallo, il vulcanico e sca­ramantico allenatore Juan Carlos Lo­renzo, mi obbligò a cambiare la propria maglia rossa con la verde, sostenendo che questo colore si mimetizzasse per­fettamente con il campo costringendo gli attaccanti avversari a calciare fuori dallo specchio della porta, non avendo più un punto di riferimento visibile. Risultato finale? Sampdoria Lazio 2-2. Lorenzo ebbe ragione… almeno quella volta”.

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